Ramadan nelle carceri italiane: cosa prevede la legge e quali sono le difficoltà

Pubblicato il 26 marzo 2026 alle ore 18:09

Su "Punto e a capo con Cultura & Armonia", mensile in collaborazione con i detenuti del carcere di Turi, trovate il mio contributo sul discusso tema dello svolgimento del Ramadan negli istituti di detenzione italiani.
Ringrazio sentitamente il Direttore Responsabile Valentino Sgaramella.

Il testo integrale dell'articolo:

 

"Avv. Monica Di Monte

 

Il Ramadan, nono mese del calendario lunare islamico durante il quale si celebra la rivelazione del Corano al profeta Maometto da parte dell'arcangelo Gabriele, nel 2026 inizia la sera del 17 febbraio per concludersi la sera del 19 marzo.

È un periodo in cui i fedeli islamici praticano digiuno dall'alba al tramonto (limitato alle persone adulte in buono stato di salute), preghiera, carità e riflessione spirituale volte al rinnovo della fede in maniera scevra da desideri e necessita materiali.

Questa pratica in apparenza tanto distante dalla società italiana è, in realtà, pienamente presente nel nostro territorio camminandoci di fianco nelle realtà più disparate.

Le carceri presenti sul suolo nazionale registrano una presenza di circa 20mila stranieri di cui oltre la metà di religione musulmana ragion per cui è interessante compiere una riflessione in relazione a come si concilia la reclusione con la professione di fede, in particolare nel mese sacro.

Per perfezionare qualsiasi valutazione è necessario individuare, preliminarmente, i dati normativi: l'art. 26 della Legge 354/1975 sull'ordinamento penitenziario riconosce ai detenuti la liberta di professare la propria fede, di Istruirsi nella religione scelta e di praticarne il culto; il decreto legislativo 2 ottobre 2018, n. 123 modificando l'art. 9 dell'ordinamento penitenziario prevede che ai detenuti sia garantita un'alimentazione rispettosa del loro credo religioso. A tanto va aggiunto

che, ogni anno in occasione della ricorrenza del Ramadan, il Dipartimento dell'amministrazione

penitenziaria impartisce specifiche disposizioni che consentono ai detenuti istamici di celebrare la ricorrenza nel rispetto delle norme di sicurezza mettendo, ove possibile, a disposizione sale dedicate alla preghiera; detta apertura è sfociata nel Protocollo d'intesa - siglato il 5 novembre 2015 - tra l'indicato Dipartimento e l'UCOlI (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia) volto alla definizione di linee guida miranti al sostegno materiale e spirituale ai detenuti di fede musulmana.

Pur rilevando gli indiscutibili dati normativi unitamente agli encomiabili interventi a favore dell'integrazione multiculturale e, tuttavia, necessario porsi una domanda: attesa la situazione di estrema difficoltà in cui (già) versano gli istituti penitenziari italiani è possibile garantire un reale supporto nella professione di fede? Specifiche difficoltà si rilevano proprio rispetto al digiuno prescritto nel mese di Ramadan, particolarmente difficile in un microcosmo con orari rigidi e condizioni di vita naturalmente limitate; nella pratica, i detenuti musulmani devono svegliarsi prima dell'alba per consumare un pasto pre-digiuno, chiamato "suhoor", e poi attendere fino al tramonto per rompere il digiuno con il pasto serale, chiamato "iftar". Tanto con cibi c.d. halat (leciti) per la tradizione islamica.

Alcune istituzioni carcerarie italiane cercano di supportare i musulmani durante il mese sacro, offrendo pasti speciali e orari di visita flessibili ma le già note difficoltà che affliggono le carceri italiane mettono a dura prova organizzazione ed operatori degli istituti penitenziari acuendo tensioni che, in alcune occasioni, sfociano in episodi di violenza.

In un quadro tanto complesso non è corretto attribuire colpe o assumere posizioni favorevoli o contrarie ma possiamo compiere una riflessione che partendo dalla dolcezza dei datteri - primo alimento consumato per rompere il digiuno al tramonto - approda ad una constatazione ben più amara: la rieducazione del condannato (richiamata dall'Art. 27 della Costituzione italiana), tra le diverse cause, e compromessa dalla mancata integrazione culturale."

 

Monica Di Monte è avvocato specializzato in Diritto di famiglia, Mediatore familiare e Coordinatore genitoriale. Dottore di ricerca in "Diritto internazionale e dell'Unione Europea" presso l'Università "Aldo Moro" di Bari.

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